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L’AI più interessante è quella che risolve problemi piccoli
C’è una parte del dibattito sull’intelligenza artificiale che sembra sempre oscillare tra due estremi: da una parte l’apocalisse del lavoro, dall’altra la promessa di una produttività infinita, possibilmente raccontata da qualcuno con una felpa nera e una slide con scritto “10x”.
In mezzo, però, sta succedendo qualcosa di più interessante e molto meno spettacolare: persone normali stanno usando l’AI per costruire piccoli software che risolvono problemi piccoli.
Business Insider lo racconta in un articolo sul cosiddetto vibe coding: non programmatori che, usando strumenti di AI, realizzano applicazioni personali, prototipi o micro-servizi per esigenze quotidiane. Non la prossima startup da un miliardo di dollari.
Più spesso, un’app per organizzare i posti a un matrimonio, una lista della spesa ordinata per corsie, uno strumento per gestire la routine dei capelli o per capire se vale la pena camminare fino al supermercato più conveniente.
Roba umana, quindi quasi sospetta.
Dal software come prodotto al software come gesto
La parte più interessante non è che “chiunque ora può programmare”.
Questa frase è vera solo a metà, quindi perfetta per una conferenza di fuffologi.
Il punto è diverso: il software smette di essere solo un prodotto industriale e torna a essere anche un gesto personale.
Per anni siamo stati abituati a pensare alle applicazioni come piattaforme: devono scalare, monetizzare, trattenere utenti, raccogliere dati, aggiungere funzioni, cambiare piano tariffario, infilare un abbonamento dove prima c’era un bottone.
Il risultato è spesso software gonfio, generalista, pensato per mercati ampi e problemi medi.
Il vibe coding ribalta questa logica. Parte da un problema minuscolo e produce una soluzione minuscola. Non deve piacere a tutti. Deve servire a me, alla mia famiglia, al mio team, al mio caso specifico.
È quasi artigianato digitale.
Il ritorno del web strano
L’articolo di Business Insider fa un paragone azzeccato con il vecchio web: Tumblr, piccoli script, pagine personali, esperimenti inutili ma pieni di personalità. Quel web era spesso inefficiente, brutto, fragile.
Ma era anche vivo.
Il web delle piattaforme, invece, ha progressivamente normalizzato tutto. Stessi layout, stessi flussi, stessi modelli di business, stessa sensazione di essere un utente dentro un acquario progettato da un reparto growth.
Il vibe coding sembra recuperare un pezzo di quella libertà: la possibilità di costruire qualcosa non perché “il mercato lo chiede”, ma perché a me serve o mi diverte.
Naturalmente non bisogna esagerare con la poesia. Stiamo comunque parlando di persone che litigano con prompt, bug, API, permessi, deploy e altre forme moderne di penitenza. Però c’è qualcosa di sano nell’idea che la tecnologia possa tornare a essere manipolabile, adattabile, personale.
Non è magia, è mediazione
Il rischio, come sempre, è raccontare l’AI come una bacchetta magica. Non lo è.
Il vibe coding funziona quando l’utente riesce a descrivere bene un problema, scomporlo, testare il risultato, capire quando qualcosa non torna. In altre parole: non elimina il pensiero, lo sposta.
Chi usa questi strumenti non sta necessariamente “delegando il cervello”. Sta spesso facendo una cosa più interessante: dialoga con un sistema tecnico per arrivare a un oggetto funzionante. Business Insider cita anche l’idea del codice come materiale da modellare, simile all’argilla: non chiedi semplicemente un vaso finito, ma impari a guidare il processo, correggere, rifinire, fermarti.
Questo è un punto cruciale. L’AI non rende automaticamente competenti. Ma può abbassare la soglia d’ingresso a pratiche che prima richiedevano anni di formazione tecnica o la disponibilità di uno sviluppatore paziente, figura mitologica insieme all’unicorno e al cliente che sa cosa vuole.
Il software iper-specifico ha valore
Una delle ossessioni del mondo digitale è la scala. Se una cosa non può diventare una piattaforma globale, allora sembra non valere nulla.
Ma molta parte della vita quotidiana non scala.
Il problema dei posti a sedere a un matrimonio non è “un mercato”. È un incubo logistico con parenti permalosi. La lista della spesa ordinata per corsie non è “disruptive”. È utile. Un’app per decidere se vale la pena salire una collina per comprare mozzarella scontata non cambierà il PIL, ma può migliorare una giornata. E francamente, la mozzarella ha già fatto più per l’umanità di molte dashboard enterprise.
Questa è forse la lezione più importante: il valore del software non coincide sempre con il suo valore commerciale.

Esiste un valore d’uso, un valore di apprendimento, un valore ludico, un valore di controllo. Costruire un piccolo strumento per sé può voler dire capire meglio il proprio problema. Anche quando il risultato è imperfetto.
Il lato serio: chi controlla gli strumenti?
Naturalmente il quadro non è tutto rose e prompt.
Se il vibe coding rende più persone capaci di creare software, resta aperta una domanda: con quali strumenti, dentro quali ecosistemi, e con quali dipendenze?
Molte di queste esperienze passano da modelli proprietari, piattaforme cloud, ambienti di sviluppo assistiti, servizi a pagamento. C’è quindi una tensione evidente: da un lato più autonomia individuale; dall’altro maggiore dipendenza da pochi fornitori di AI.
Il rischio è che il “software personale” diventi comunque ospite di infrastrutture che non controlliamo. Piccolo nella funzione, ma grande nella dipendenza.
Per questo il vibe coding non va letto solo come moda creativa. È anche un segnale di cambiamento nel rapporto tra persone e software. La domanda non è più soltanto: “quali app useremo?”. Diventa: “quali app saremo in grado di farci da soli?”.
Una competenza nuova: saper chiedere, saper verificare
In questo scenario, la competenza non è più solo “saper programmare” nel senso classico. Conta anche saper formulare richieste, definire vincoli, leggere un errore, riconoscere un risultato fragile, fare debug con l’aiuto della macchina.
È una forma ibrida di alfabetizzazione digitale.
Non sostituisce gli sviluppatori veri, quelli che sanno cosa succede quando il castello di prompt incontra sicurezza, manutenzione, performance, privacy e utenti reali. Però crea una fascia nuova di persone capaci di prototipare, automatizzare, sperimentare.
E questo può cambiare molto, soprattutto dentro aziende e organizzazioni.
Non perché tutti diventeranno programmatori. Ma perché molte più persone potranno trasformare un’idea operativa in qualcosa di testabile. Una macro evoluta, un’app interna, un assistente per un processo, un cruscotto temporaneo, un flusso automatizzato.
Il confine tra “utente” e “creatore” diventa meno rigido.
Meno rivoluzione, più bricolage
Forse il modo migliore per guardare al vibe coding è smettere di chiedersi se sia una rivoluzione.
È bricolage.
È il ritorno del “mi serve una cosa, provo a costruirmela”. Solo che ora il banco da lavoro non è più fatto di legno, chiodi e bestemmie, ma di prompt, modelli linguistici e repository generati con una sicurezza emotiva spesso ingiustificata.
Non risolverà i grandi problemi dell’AI. Non eliminerà le questioni sul lavoro, sulla concentrazione del potere tecnologico, sulla qualità del codice o sulla dipendenza dalle piattaforme.
Però mostra una direzione interessante: l’AI può essere utile non solo quando promette di automatizzare tutto, ma quando permette alle persone di fare piccole cose che prima non riuscivano a fare.
E forse, dopo anni di software che prova a catturare la nostra attenzione, non è poco immaginare software che torni semplicemente a servirci.
Che concetto radicale: un computer che fa qualcosa di utile per chi lo usa. Quasi commovente. Quasi.